Copertina VOICES viaggiare sostenibile

Viaggiare in aereo può essere sostenibile?

Viaggiare in aereo può essere un modo sostenibile di spostarsi? Sicuramente è fonte di emissioni di gas serra e ha un forte impatto ambientale, ma nuove tecnologie, compagnie aeree e buone pratiche, possono fare molto per viaggiare in modo sostenibile. Scopriamo cosa possiamo fare per ridurre la nostra impronta ambientale e quali sono i mezzi più efficaci.

Viaggiare in modo sostenibile conoscendo l’impronta ambientale dei mezzi di trasporto

In termini assoluti, il traffico su gomma è responsabile del 72% dei gas serra. Trasporto marittimo e aereo sono entrambi a quota 13%.

In termini relativi, però, il mezzo più inquinante è l’aeroplano, che produce 133g di CO₂ per passeggero per ogni Km di viaggio nelle tratte brevi, 102g in quelle più lunghe.
Cifre che salgono a 254g e 195g considerati gli effetti degli altri gas serra aumentati dall’emissione in alta quota.

Aereo in volo

A parità di emissioni, infatti, un viaggio in aereo inquina più di un trasporto terrestre, perché gas come gli ossidi di azoto hanno effetti più drammatici e duraturi se emessi in quota, anziché in superficie.

Seguono le automobili, che quando trasportano solamente il conducente producono in media 171g di CO₂ per chilometro. È poi la volta degli autobus urbani, con 104g per passeggero, dei treni regionali e interregionali, con 41g, corriere FlixBus e simili, con 27g, e quindi i treni veloci e tratte internazionali come gli Eurostar, con 6g per passeggero (dati Department for Business, Energy & Industrial Strategy inglese).

È curioso e istruttivo consultare il sito ecopassenger.org realizzato dalla International Railways Union in collaborazione con l’European Environment Agency. Il sito confronta consumo di energia, emissioni di CO₂ e di altri fattori inquinanti, derivanti dal trasporto passeggeri in Europa con auto, treno e aereo.

Abbiamo fatto una verifica per fare un esempio di cosa significhi viaggiare in modo sostenibile. HENRY & CO. si divide tra Verona e Milano. Per incontrarci scegliamo sempre il treno: 

Milano - Verona TRENO
Anidride carbonica kg (gas serra, riscaldamento globale) 6,8 19,7
Consumo di risorse energetiche litri di benzina equivalenti 4,0 8,7
Particolato sospeso g (tossicità umana) 1,5 2,0
Ossidi di azoto g 16,9 81,7
Idrocarburi non metanici g 6,8 19,7
Ecopassenger.org     

                                                                                                                                     

Traffico aereo in costante crescita

Contribuire al traffico aereo non è dunque un modo sostenibile di viaggiare, o almeno non sempre. In base ai dati dell’International Council on clean transportation, le emissioni di anidride carbonica – pari al 2,4% del totale mondiale – sono aumentate del 22% tra il 2013 ed il 2018; entro il 2050 potrebbero triplicare.

Basti pensare che un volo tra Europa ed Asia equivale, in emissione di CO₂, a due anni di guida automobilistica per ogni passeggero.

Molte compagnie aeree stanno implementando strategie che puntano a soluzioni più attente all’ambiente, anche per adeguarsi alle nuove normative in linea con gli obiettivi IATA (Associazione del Trasporto Aereo Internazionale). Entro il 2050, le compagnie aeree dovranno ridurre le emissioni di CO₂ del 50% rispetto al 2005.

La stessa riforma del quadro normativo per l’airspace in Ue (Ses), presentata a settembre 2020 dalla Commissione Europea, intende aiutare il comparto dell’aviazione a compiere una svolta green.

Punti chiave della riforma sono evitare ritardi, congestioni e rotte di volo non efficienti. Senza trascurare l’innovazione digitale, fondamentale per svecchiare il sistema.

Un altro punto fondamentale è legato ai materiali. I nuovi materiali compositi in fibra di carbonio consentono agli ingegneri aerospaziali di sviluppare telai molto più leggeri e motori più snelli, con le stesse performance di solidità e resistenza delle loro controparti in metallo. 

VOICES: Carlo Paris, Presidente di ENAV Sustainability Committee

Per avere un punto di vista autorevole riguardo l'idea di viaggiare in modo più sostenibile con l'aereo, abbiamo voluto chiedere un’opinione a un professionista, una #VOICE che ci aiutasse a comprendere meglio il mondo del trasporto aereo e la relazione con la questione ambientale.

La parola a Carlo Paris, President of ENAV Sustainability Committee:

“Il trasporto aereo avviene grazie alla interazione tra tre soggetti principali: le compagnie aeree, le società di gestione aero portuali e le società di gestione del traffico aereo e di assistenza al volo.

Foto primo piano Carlo Paris
Carlo Paris, Presidente di ENAV Sustainability Committee

Le società di gestione aeroportuali sono responsabili di tutti gli spazi funzionali al trasporto aereo. Hanno delle flotte di mezzi su gomma che possono essere a motore o elettrici. In un aeroporto, la società di gestione ha mille leve sulle quali agire per migliorare la sostenibilità, e molto si sta già facendo.

Le società di assistenza al volo, come ENAV, hanno un enorme ruolo nel migliorare la sostenibilità del trasporto aereo contribuendo a disegnare e gestire le rotte ottimali tra un aeroporto e un altro, avvalendosi di strumenti di Intelligenza Artificiale che stabiliscono le rotte più brevi in condizioni di massima sicurezza.

I sistemi di calcolo consentono di disegnare il percorso più breve e calibrare diverse altezze di volo, risparmiando grandi quantità di carburante e dunque di emissioni di CO₂.

Un altro settore nel quale ENAV sta contribuendo con i suoi esperti e tecnici, è quello della regolamentazione dello spazio di cielo ancora non normato per il volo dei droni. Mentre lo sviluppo di questo settore è solo agli inizi, è facile immaginare che il progressivo ricorso ai droni per migliaia di attività che fino ad oggi comportavano spostamenti su strada o in treno di mezzi e persone, domani consentirà un enorme risparmio di traffico su strada e su rotaia ed un equivalente risparmio di carburante e di emissioni di CO₂.”

      Cosa ne pensa del Flight Shaming?

“La creazione e lo sviluppo dell’industria aeronautica, dai fratelli Wright fino ad oggi, oltre ad aver realizzato un genetico sogno dell’uomo, quello di volare, ha costituito nella storia dell'umanità un momento di discontinuità; come l’invenzione della ruota, della scrittura, della polvere da sparo, dei motori a vapore, della lavatrice e di internet.

Per ognuna di queste creazioni ed invenzioni dell’uomo, abbiamo assistito nell’arco dei millenni, ad applicazioni che portavano benessere per la società e nello stesso tempo favorire conflitti e distruzioni.

Non possiamo più rinunciare a volare, ma possiamo contribuire in molti modi e a tutti i livelli di responsabilità, a migliorare la sostenibilità dell’intero settore.

8 consigli per viaggiare in modo più sostenibile in aereo

Ma oltre alle prese di posizione da parte delle compagnie aeree, anche noi possiamo fare il nostro per viaggiare in modo sostenibile in aereo, tenendo in considerazione qualche piccola accortezza:

Prediligi il treno

Alcuni spostamenti, ad esempio quelli intercontinentali, non possono essere fatti che in aereo. Ma molte tratte più brevi si prestano ad un viaggio altrettanto comodo e veloce prediligendo la scelta più sostenibile del treno.

 

Viaggiare in aereo e sostenibilità relazione

Al via i voli diurni

Cerca di preferire i voli diurni e quelli estivi-primaverili a quelli notturni ed invernali. Le tratte aeree by night e quelle al freddo inquinano maggiormente l’aria.

Voli diretti

Prediligi sempre un volo diretto ad uno multi-scalo: atterraggio e decollo generano il 25% delle emissioni di un volo.

Limita il bagno

Limita l’utilizzo del bagno: a 10 mila metri di quota, per tirare lo sciacquone si sprecano quasi 0,75l di cherosene e si consuma una quantità di CO₂ pari a quella che consumerebbe un’automobile per percorrere 10km.

Devolvi i crediti di carbonio

Se sei un frequent flyer, potresti pensare di devolvere i tuoi crediti di carbonio finanziando dei programmi ecologici internazionali: trovi una lista aggiornata sul sito Climatefriendly.com.

Meno bagagli

Sfrutta il bagaglio a mano. A un peso minore corrisponde un minor consumo di carburante.

Viaggiare in economica conviene

L’opzione migliore per viaggiare in modo sostenibile è l'economica: avendo una densità maggiore di posti, la quantità di gas serra per passeggero risulta minore rispetto alla business o altre opzioni di viaggio più comode. È quindi più sostenibile sia per l'ambiente che per il portafoglio.

Consulta le classifiche

Per la scelta della compagnia è possibile consultare classifiche come l’Atmosfair Airline Index, che ordina le linee aeree in base al loro impatto ambientale. L’Index ha confrontato le emissioni di gas serra delle 190 compagnie aeree più grandi del mondo, valutando la loro carbon print. Tra i fattori considerati: i modelli di aerei e i motori utilizzati, l’uso di sharklet alle estremità delle ali, il numero di posti a sedere, la capacità di carico e il load factor per ogni volo. 


Raytent copertina per #VOICES

Creatività e recupero dei rifiuti tessili: il riciclo delle tende da sole in puro stile Raytent

Raytent è un progetto ideato per dare una risposta concreta all’esigenza di un miglior riciclo delle tende da sole per limitare i rifiuti tessili dovuti alla produzione.

Ogni anno in Unione Europea se ne producono circa 8 milioni di tonnellate. Solo il 20% circa di questi materiali viene attualmente riciclato, mentre la maggior parte finisce in discarica o negli inceneritori.

La ragione è che riciclare tessuti è particolarmente complesso. Le fibre naturali possono impiegare centinaia di anni per disfarsi e rilasciano, durante il processo, metano e CO2 nell’atmosfera, mentre le fibre sintetiche non si decompongono affatto. Scopriamo dunque un nuovo business che a partire dai rifiuti tessili delle tende da sole è riuscito a portare qualcosa di nuovo in ottica pienamente circolare. Insomma, scopriamo Raytent.

Esempi di tessuti tessili derivati dal riciclo tende da sole
Fibre tessili di recupero utilizzate da Raytent © Copyright Raytent

Riciclo delle tende da sole e rifiuti tessili: processi e opportunità

Al momento esistono quattro differenti tipologie di recupero dei rifiuti tessili:

  • il riutilizzo, o riuso;
  • il processo chimico, che sfrutta agenti chimici per separare tutti gli elementi e riottenere fibre da riadoperare;
  • il processo meccanico, che consente di modificare le proprietà chimiche e fisiche del materiale trattato;
  • il recupero energetico, che prevede il bruciare i capi oramai inservibili per creare energia;

La Fondazione Ellen MacArthur in una pubblicazione ,"The circular economy: a transformative Covid-19 recovery strategy", ha fornito una panoramica sull'argomento del riciclo e del recuperi dei rifiuti tessili, mettendo in evidenza alcuni dei principali fattori in grado di attivare un modello di economia circolare in questo comparto caratterizzato da un elevato impatto ambientale. Stando al rapporto, tre sono i principali volani dell’economia circolare in questo ambito:

  • il potenziamento degli impianti di raccolta, smistamento e riciclaggio, in grado di rendere indipendenti dai mercati esteri, che ad oggi sono ancora i principali destinatari dei nostri rifiuti tessili;
  • gli investimenti in ricerca e tecnologia per rendere più efficace la selezione delle fibre e arrivare a riciclare le fibre sintetiche;
  • il design dei manufatti tessili, per permettere di sfruttarli nuovamente i materiali in un'ottica di Circular Design Thinking

Scopri i nostri servizi per rendere più sostenibile il design dei tuoi prodotti e dei servizi

Tessuto Raytent ricavato dai rifiuti tessili
Tessuto Raytent © Copyright Raytent

Riciclare le tende, come funziona il recupero dei rifiuti tessili in Italia

L'importanza del lavoro di Raytent nel riciclare tende deriva dal fatto che, stando ai dati dell’ultimo rapporto “L’Italia del riciclo 2020”, dopo la raccolta differenziata e un eventuale deposito temporaneo, i rifiuti tessili vengono inviati presso gli impianti di trattamento dove si effettuano selezioni finalizzate al: 

  • riutilizzo (stimato in circa il 68% dei casi) per indumenti, scarpe ed accessori di abbigliamento utilizzabili direttamente in nuovi cicli di consumo; 
  • riciclo (stimato in circa il 29%) per ottenere pezzame industriale o materie prime seconde per l’industria tessile, imbottiture, materiali fonoassorbenti; 
  • smaltimento (stimato in circa il 3%).

Raytent: nuova vita ai sottoprodotti dell'industria tessile

Il progetto di cui vogliamo parlarvi oggi, riguarda proprio la categoria dei rifiuti tessili, e in particolare il riciclo delle tende da sole. Raytent è un progetto ideato e sviluppato da Giovanardi e nasce per dare una risposta concreta all’esigenza di recupero dei sottoprodotti di lavorazione generati dall’industria della tenda da sole. Questa necessità parte dalla consapevolezza che, per ogni tenda realizzata, circa il 10% del tessuto viene scartato. 

Il riciclo delle tende da sole dà origine a un filato acrilico tinto in massa outdoor, composto per oltre il 50% da fibra riciclata, attraverso un processo meccanico a basso consumo idrico e emissioni di CO2.

Il materiale impiegato proviene interamente da tessuti per tende acriliche con certificazione OEKO-TEX®: tessuti di altissima qualità che mantengono le caratteristiche di solidità del colore ai raggi UV, comportamento antimacchia e antimuffa.

Rifiuti tessili di un tappeto
Raytent rugs collection © Copyright Raytent

Il progetto Raytent ha l'obiettivo di coinvolgere l’intera filiera dei confezionisti per recuperare i ritagli derivanti dalla realizzazione delle tende da sole per poi sfilacciarli e produrre un filato di tipo cotoniero idoneo per essere successivamente riutilizzato. Questo processo, completamente Made in Italy, consente di ridurre il consumo di materie prime e di ridurre l’impatto dei processi di lavorazione di un sottoprodotto che sinora non aveva un riutilizzo vero e proprio, ma veniva smaltito nelle discariche secondo la legislazione vigente, costituendo un carico inquinante per l’ambiente e costi elevati per la società.

Il filato acrilico Raytent può essere impiegato in diversi settori che vanno dalla protezione solare all’arredamento outdoor/indoor, agli imbottiti, dagli accessori moda ai filati per tappeti.

Collezione Raytent derivata dal riciclo delle tende da sole
Raytent rugs collection © Copyright Raytent

Abbiamo incontrato Sara Selmin, responsabile Marketing & green business development per Giovanardi, per aver un confronto diretto sulla portata del progetto.

HENRY & CO.: “Vi è indubbiamente una forte esigenza di realizzare nuovi modelli di business in grado di fare ripartire l’economia, dopo la Pandemia, rendendola più circolare e resiliente, come richiede la transizione ecologica. La vostra iniziativa è sicuramente un ottimo esempio di business virtuoso. Il mercato come ha accolto Raytent?"

Sara Selmin: “Raytent è un progetto di circular economy che è stato presentato ai nostri clienti nel 2019, poco prima della pandemia. La prima reazione del mercato è stata di grande curiosità perché finora, nel mondo delle tende da sole e dell’arredamento, non esisteva un’alternativa sostenibile. Abbiamo chiarito fin da subito che i tessuti garantiscono le stesse caratteristiche e soprattutto le alte prestazioni di un tessuto acrilico non riciclato. Si aggiunga che il tessuto Raytent è a sua volta riciclabile. Si tratta di una vera rivoluzione per il nostro mercato. La complessità e l'innovazione tecnologica del processo vanno raccontate con cura, ragion per cui abbiamo fatto e stiamo tutt’ora facendo un intenso lavoro di sensibilizzazione  e formazione nel nostro mercato di riferimento. Attualmente alcuni clienti propongono e vendono i prodotti Raytent riscontrando un buon interesse e soddisfazione nei consumatori."

HENRY & CO.: “Sappiamo bene che per avviare validi e importanti progetti di sostenibilità è fondamentale contare sulle giuste partnership. Come e quanto i vostri partner sono stati coinvolti e hanno partecipano?”

Sara Selmin: “Un partner che vorrei citare, che è stato cruciale per lo sviluppo della tecnologia e che ha reso possibile Raytent è Marchi & Fildi, un noto gruppo tessile del biellese che realizza filati con attenzione all'innovazione ed alla sostenibilità. Ma è l’intera filiera dei confezionisti che noi vogliamo coinvolgere come partner, per creare un intero comparto settoriale di produzione caratterizzato da processi virtuosi al fine di innescare attività di economia circolare in segmenti di mercato non ancora esplorati.”

HENRY & CO.: “Avete in progetto altri progetti di ricerca per allargare il vostro business di economia circolare?”

Sara Selmin: “Si. Oltre Raytent, che sta toccando sempre più ambiti di applicazione, stiamo lavorando al riciclo del poliestere dei banner pubblicitari. Una richiesta che ci è giunta direttamente da alcune grandi case di moda. Pensate all’impatto ambientale dell’enorme quantità di banner stagionali, temporanei o occasionali che pubblicizzano prodotti o servizi! poterne riciclare la fibra sarebbe una conquista eccezionale. Ci stiamo lavorando.

HENRY & CO.: “Quanto spazio e importanza ha per voi l’aspetto di Design?”

Sara Selmin: "Fino ad oggi il design non è stata una priorità. Ci siamo focalizzati fin da subito sulla ricerca tecnico scientifica, per studiare un filato che garantisse le caratteristiche di sostenibilità cui puntavamo e che conservasse allo stesso tempo alte prestazioni del tessuto. Raytent è una fibra sfilacciata, riciclata, all’occhio imperfetta, da qui dobbiamo partire per costruire un concetto di design che si sposi con la qualità e la sostenibilità, che ne costituisce il valore. Man mano ci avviciniamo sempre più anche al concetto di design e infatti quest’anno siamo usciti con una nuova collezione  “Raytent Living” cui abbiamo dedicato molta attenzione alla creatività…sostenibile!


copertina VOICES mobilità elettrica

Com'è la filiera della mobilità elettrica italiana? Scopriamo Italvolt

Il progetto di una gigafactory su territorio nazionale potrebbe rappresentare un grande passo per la transizione ecologica della mobilità elettrica tutta italiana.

Questa settimana HENRY & CO. ha puntato i riflettori su un progetto che darà nuova vita alla storica ex area Olivetti. Un’area che ha rappresentato il cuore pulsante della rivoluzione tecnologica del XX secolo, e per molti anni un simbolo internazionale dell’innovazione informatica.

Il progetto candida l’Italia a diventare uno dei più importanti produttori di batterie agli ioni di litio, ospitando una delle più grandi gigafactory europee, contribuendo a strutturare la filiera della mobilità elettrica su territorio nazionale.

Inoltre, la riqualificazione dell’area industriale dismessa, circa 1 milione di m², sposa al meglio alcuni dei punti cruciali su cui fanno leva le linee guida dell’Agenda 2030.

La filiera della mobilità elettrica

Partiamo dalla mobilità elettrica, e dalla produzione di batterie, il settore a monte della filiera automotive, perchè le batterie agli ioni di litio rappresentano una delle principali variabili nella produzione di auto elettriche.

Circa il 30% del prezzo di vendita di una moderna auto elettrica va infatti a coprire i costi della batteria. Costi sostenuti dai costruttori di auto che, con una sola eccezione, comprano gli accumulatori a ioni di litio dalle grandi multinazionali della chimica.

Il ruolo di leadership in questo comparto, assegna dunque un enorme vantaggio competitivo.

Italvolt stazione auto elettriche

Oggi, il mercato della produzione di celle agli ioni di litio è in mano a Cina, Corea del Sud, Giappone e USA.

CATL (Contemporary Amperex Technology) è il più grande produttore mondiale e fornisce le più importanti case automobilistiche. La crescita esponenziale di questa azienda trova una spiegazione nella decisione del Governo cinese di equipaggiare tutti i veicoli destinati al mercato interno con batterie prodotte nel Paese.  Seguono le sud coreane LG-Chem (che opera in partecipazione con Tesla, Panasonic, BYD e Samsung) e SK Innovation, che si occupava della raffinazione di petrolio e si è poi convertita alla produzione di batterie. 

Attualmente, in Europa, le batterie al litio si assemblano, ma non si producono ancora le celle. 

La prima gigafactory europea è in allestimento nei pressi di Berlino, avviata da Tesla e prevista operativa entro fine 2021: inizierà con una capacità di circa 100 GWh, per raggiungere a regime 250 GWh all’anno. 

Il progetto Italvolt, candida l’Italia a diventare uno dei leader europei del settore ospitando la seconda più grande gigafactory su territorio europeo. Sarà dedicata alla produzione e allo stoccaggio di batterie a ioni di litio per veicoli elettrici e sarà in grado di contribuire con la propria produzione alla crescente domanda di batterie in Europa, in gran parte proveniente dall’industria automotive.

Il mercato dei veicoli elettrici

In base ai dati ACEA (European Automobile Manufacturers' Association) le vendite di veicoli elettrici e ibridi plug-in hanno superato per la prima volta quota 1 milione di unità nel 2020.
Un aumento del 170% rispetto al 2019.

I veicoli ibridi elettrici hanno rappresentato complessivamente l’11,9% delle vendite totali di autovetture in tutta l’UE, rispetto al 5,7% nel 2019. I veicoli a ricarica elettrica hanno registrato un aumento simile, rappresentando il 10,5% delle vendite totali (3% nel 2019). Nel solo quarto trimestre del 2020, quasi un’autovettura su sei immatricolata nell’Unione europea è stata un veicolo a ricarica elettrica (16,5%), con un boom delle vendite spinto dagli incentivi dei governi europei tesi a stimolare la ripresa post-pandemia.

Le auto a carburanti convenzionali continuano comunque ancora a dominare le vendite UE, con una quota del 75,5% sul totale 2020.

Italvolt ricarica auto elettrica

Le proiezioni indicano che entro il 2030 la domanda di batterie a ioni per veicoli elettrici aumenterà a livello globale di 17 volte rispetto ad oggi, con una previsione di richiesta da parte dell’Ue di 565 GWh, dietro solo alla Cina, con un fabbisogno previsto di 1.548 GWh.

Ecco perché, con un investimento previsto di circa 4 miliardi di euro, entro la primavera 2024, Italvolt progetta di realizzare quella che sarà la prima gigafactory italiana: 300.000 m2 previsti e una capacità iniziale di 45 GWh, che potrà raggiungere i 70 GWh a regime. Una stima di 4.000 lavoratori impiegati e nel complesso 10.000 nuovi posti di lavoro creati con l’indotto; uno dei progetti industriali più importanti degli ultimi anni su territorio nazionale.

Riqualificazione e valorizzazione dell'area ex Olivetti

La scelta del sito, l’ex Olivetti di Scarmagno, è stata fatta sia in ragione del suo forte legame con il tessuto produttivo piemontese e la sua storica specializzazione nel settore Automotive, sia per la sua collocazione geografica particolarmente favorevole.

Il progetto di realizzazione è stato assegnato alla divisione Architettura di Pininfarina, che intende realizzare un impianto industriale di terza generazione, intelligente e responsabile, con una forte attenzione all’impatto ambientale e sociale, applicando metodologie costruttive DFMA - Design for Manufacture and Assembly - e integrando l’edificio al contesto economico e sociale del territorio.

Comau, leader mondiale nel campo dell’automazione industriale sarà invece il fornitore delle soluzioni innovative, impianti e tecnologie oltre ad occuparsi della realizzazione del laboratorio di Ricerca e Sviluppo che accoglierà accademici e partner industriali impegnati nello sviluppo delle tecnologie più all'avanguardia nel settore della mobilità elettrica.

Per quanto riguarda la linea di produzione, il piano prevede in futuro di aprire anche alla produzione di batterie per l’accumulo di energia da fonti rinnovabili. Ma per poter aver dettagli e certezze, aspettiamo ancora la presentazione del piano industriale; nel frattempo, Lars Carlstrom, CEO e fondatore di Italvolt, ha dichiarato: 

Con il progetto della nostra Gigafactory, Italvolt vuole dare una risposta importante alla opportunità dell’industrializzazione green, che sta interessando in modo trasversale tutti i settori produttivi, con un impatto socio-economico che rappresenterà una svolta per l’economia globale. 

Italvolt sede ex area Olivetti
© Copyright Italvolt

Agenda 2030 e obiettivi di Sviluppo Sostenibile

Seguiremo dunque con la giusta attenzione l’evoluzione di questo progetto, che rappresenta una grande opportunità per il nostro Paese per conquistare uno strutturato e organico approccio alla mobilità elettrica.

E siamo qui nel vivo del GOAL 11: CITTÀ E COMUNITÀ SOSTENIBILI. Perché iniziare a lavorare per impadronirci di tutti i passaggi della filiera della mobilità sostenibile è certamente un passo importante verso la transizione ecologica settoriale e territoriale.

Ma sono anche altri gli obiettivi che potrebbero essere valorizzati.

GOAL 7: ENERGIA PULITA E ACCESSIBILE: favorendo la mobilità elettrica, a discapito dei combustibili fossili;
GOAL 8: LAVORO DIGNITOSO E CRESCITA ECONOMICA: valorizzando le competenze e la forza lavoro specializzata dell’area piemontese;
GOAL 9: IMPRESE, INNOVAZIONE E INFRASTRUTTURE: aggiornando e ammodernando infrastrutture e industrie per renderle sostenibili, con maggiore efficienza delle risorse da utilizzare e una maggiore adozione di tecnologie pulite e rispettose dell'ambiente e dei processi industriali; 
GOAL 13: LOTTA CONTRO IL CAMBIAMENTO CLIMATICO: sostenendo una potente misura di contrasto al cambiamento climatico;
GOAL 17: PARTNERSHIP PER GLI OBIETTIVI: grazie al coinvolgimento dei diversi stakeholder per la realizzazione intellettuale ed economica del progetto.


Copertina #VOICES Google

Energia, emissioni, sostenibilità: cosa ci insegna Google sulla transizione ecologica

Copertina #VOICES Google
Foto in copertina: Steve Marcus/Reuters

HENRY & CO. si è chiesta qual è l'approccio di Google al cambiamento climatico e agli obiettivi dell'Agenda2030. Qual è il futuro della transizione ecologica?

In un momento di grandi sfide, abbiamo bisogno che le aziende agiscano con coraggio e guardino oltre l'orizzonte.
Andrew Steer, presidente, World Resources Institute.

Hai notato la scritta che è comparsa da qualche giorno sulla Home Page di Google?

Google Big Tech Carbon Neutral

Potevamo sospettarlo, ma ora ne abbiamo la certezza: la sostenibilità è sempre stato un valore fondamentale per Google fin da quando, vent'anni fa, Larry Page e Sergey Brin l’hanno fondata. 

È stata la prima grande azienda a diventare carbon neutral nel 2007, compensando anche le emissioni pre-2007 con l’acquisto dei crediti di carbonio, e la prima, nel 2017, a far coincidere il consumo di energia con il 100% di energia rinnovabile.

In altre parole, in questo momento Google ha una carbon footprint pari a zero, ed è il maggiore acquirente mondiale di energia rinnovabile.

Risultati importanti, ma parte di un percorso ancor più impegnativo.

Alcuni anni fa un’inondazione ha devastato Chennai, la città in cui sono cresciuto. Vedere le immagini di quel luogo – che durante la mia vita aveva attraversato periodi di estrema siccità – ricoperta di acque alluvionali, ha davvero fatto sentire l’impatto del cambiamento climatico molto più vicino a casa.
Sundar Pichai, CEO Google

https://youtu.be/oPz-6eCXpCo

Cosa ci insegna Google sulla sostenibilità

Oggi, nel suo terzo decennio di azione climatica, Google ha voluto fare un grosso passo avanti verso un futuro carbon-free globale, e per farlo ha tracciato un programma ben definito di azioni.

L’impegno punta a un obiettivo ancora più ambizioso, e complicato: operare con energia priva di emissioni di carbonio ovunque, in ogni momento, entro il 2030, in linea con l'Agenda delle Nazioni Unite.

Il primo passo sarà l’utilizzo di energia carbon-free 24 ore su 24, 7 giorni su 7, con drastica riduzione dell'impatto ambientale dell'intera infrastruttura cloud: ogni email inviata su Gmail, ogni domanda posta al Motore di Ricerca, ogni video visto su YouTube, e ogni ricerca su Maps utilizzeranno energia pulita in qualunque ora di qualunque giorno.

Ma solo una parte dell’energia viene utilizzata per alimentare i server, mentre la restante viene assorbita dall’intera infrastruttura. Attraverso lunghe operazioni di miglioramento e i suggerimenti del machine learning proprietario, Google è riuscita a ridurre questa energia infrastrutturale dell’11%, e del 30% l'elettricità necessaria per il raffreddamento dei server.

DeepMind e Cloud renderanno presto questa soluzione tecnologica disponibile a livello globale per aeroporti, centri commerciali, ospedali, data center e altre strutture (cfr blog di Google Cloud).

Un altro passo importante è quello di continuare a incorporare i principi di economia circolare nei processi di gestione dei server e dell'infrastruttura cloud. La Big Tech riutilizza più volte i materiali, ricondizionando e rigenerando l'hardware per ridurre la quantità di rifiuti generati e si impegna in soluzioni migliori per lo smaltimento, come riciclaggio e rivendita. 

Flusso delle risorse dei data center di Google
Flusso delle risorse dei Data Center  © Copyright Google

Investire in energia Carbon Free

Attraverso una serie di investimenti, entro il 2030, Google intende rendere disponibili 5 gigawatt di nuova energia carbon-free nelle principali aree industriali e supportare città e partner a ridurre le emissioni di carbonio all’anno.

Non dimentichiamo che le città creano il 70% delle emissioni nel mondo. Lo strumento Environmental Insights Explorer aiuta oggi più di 100 città a tracciare e ridurre le emissioni dei propri edifici e mezzi di trasporto, e a massimizzare il loro utilizzo di energia rinnovabile, informandole sul loro potenziale di energia solare. L’obiettivo è quello di estendere questo strumento a 3.000 città a livello globale. Nel frattempo, Google supporta oltre 500 città e governi locali a ridurre le proprie emissioni di carbonio per un totale di 1 gigatone l’anno entro il 2030 – è l’equivalente delle emissioni di carbonio di un Paese grande come il Giappone.

Infine, collabora con una rete di organizzazioni per l’ambiente, associazioni no profit, organizzazioni sociali e università per un approccio scientifico alle problematiche di riforestazione e la restaurazione del patrimonio boschivo.

I prodotti di Google stanno già aiutando le persone a fare scelte più sostenibili nella vita quotidiana, migliorandone la qualità della vità e lavorando anche dal punto di vista della sostenibilità sociale. Che si tratti di usare Google Maps per ottimizzare gli spostamenti oppure attraverso Google Flights che propone le opzioni di volo a minore impatto ambientale. L’idea è quella di proseguire in questa direzione e implementare molti altri strumenti e informazioni, e trovare nuovi modi per aiutare persone e aziende a fare scelte più sostenibili.

“In un momento di grandi sfide, abbiamo bisogno che le aziende agiscano con coraggio e guardino oltre l'orizzonte…Questo è ciò che Google sta facendo nel definire la sua visione per un futuro privo di emissioni di carbonio. In qualità di grande e crescente consumatore di energia, Google sta andando oltre il suo profilo energetico per ridurre le emissioni attraverso foreste, restauri, città, tecnologia e altro ancora. Non vediamo l'ora di vedere come Google raggiungerà i suoi obiettivi e speriamo che ispirino altri per sviluppare strategie per decarbonizzare l'economia."
Andrew Steer, presidente, World Resources Institute.

Quale l'impegno delle altre Big Tech in termini di sostenibilità?

FACEBOOK

Anche Facebook ha annunciato una serie di iniziative finalizzate ad azzerare le emissioni derivanti dalla propria attività, nel nome della sostenibilità e del rispetto dell’ambiente, a partire dalla creazione di Climate Science Information Center, una sorta di hub che raccoglie notizie e informazioni sul tema provenienti da fonti ufficiali e affidabili con l’obiettivo di informare e sensibilizzare l'audience del Social Network, suggerendo azioni che possano contribuire concretamente a combattere il riscaldamento globale. Vengono lanciate anche diverse challenge per coinvolgere la community e sensibilizzare gli utenti alla sostenibilità e al rispetto dell’ambiente. Ogni volta che 100 mila persone accettano la sfida condividendo il proprio post, Facebook si impegna a donare 100 mila euro alla Arbor Day Foundation, associazione no profit dedicata alla riforestazione e piantagione di alberi.

AMAZON

"La Terra è l'unica cosa che tutti noi abbiamo in comune - proteggiamola, insieme"
Jeff Bezos, fondatore Amazon.

Con questo breve messaggio Jeff Bezos ha annunciato la nascita del Bezos Earth Fund, fondo che a partire da giugno 2020 è destinato a sovvenzionare scienziati, organizzazioni non governative, attivisti ed esperti in materia ambientale affinché vengano trovate soluzioni per salvaguardare il pianeta.

Ciclo della sostenibilità di Amazon
© Copyright Amazon

10 miliardi di dollari è stato l’investimento iniziale messo a disposizione da Amazon al fondo. 

Amazon da tempo dimostra impegno nei confronti della sostenibilità attraverso programmi come il Frustration Free PackagingShip in Own ContainerShipment Zero. Amazon ha disposto inoltre una rete di parchi eolici e fotovoltaici (entro il 2025 l'azienda sfrutterà unicamente energia da fonti rinnovabili) e ingenti investimenti nell’economia circolare con il Closed Loop Fund. 

A fine di questo anno, un’altra dirompente novità: dal 21 dicembre 2021, Amazon blocca la commercializzazione di tutti oggetti in plastica monouso. Compreso i prodotti in plastica oxodegradabile, realizzati cioè con plastiche a cui vengono aggiunti additivi durante il processo produttivo per accelerarne la frammentazione e velocizzarne la degradazione. L'interruzione riguarderà tutti i Paesi dell'Unione Europea in cui il colosso dell'e-commerce opera.

Sono certo che ci sono leadership aziendali in grado di stabilire standard rivoluzionari per affrontare il cambiamento climatico, approcci che accelerano nella pratica e nella consapevolezza la transizione energetica. Dobbiamo trarre ispirazione e cogliere l’occasione per fare community e insieme impegnarci per il nostro pianeta, che, come ben sappiamo non è nostro, ci è stato dato in prestito.


Packagin sostenibile per le spedizioni e-commerce

Innovazione e packaging sostenibile alleati dell'e-commerce: come gli imballaggi influenzano le vendite

Da più di 10 anni in Italia si registra una costante crescita delle vendite e-commerce e nell’ultimo biennio è aumentata esponenzialmente la quota di acquisti on line da dispositivi mobili, raggiungendo quasi la soglia del 50% del fatturato totale. Questa nuova tendenza ha portato all’inevitabile effetto collaterale di un aumento vertiginoso dei rifiuti provenienti dai packaging. Ma anche tra chi acquista si evidenziano alcuni trend caratteristici, uno fra tutti la crescente sensibilità al consumo responsabile e alla sostenibilità. Vediamo come il packaging influenza le vendite e quali cose tenere a mente per ragionare in un'ottica più sostenibile.

Packagin sostenibile per le spedizioni e-commerce

Come la sostenibilità del packaging influenza il business?

Uno studio di Two Sites sul packaging, “Il packaging agli occhi del consumatore europeo 2020”, sottolinea alcune tendenze: il 48% dei consumatori preferisce non acquistare da rivenditori che non si impegnano a ridurre l’uso di imballaggi in plastica non riciclabili. Il 58% dei consumatori ritiene che sarebbe giusto scoraggiare l’uso di imballaggi non riciclabili con l’applicazione di una specifica tassazione. Il 66% dei consumatori predilige i prodotti ordinati online che sono consegnati in imballaggi di carta piuttosto che in plastica

Da Osservatorio Immagino di Nielsen è emerso che il 52% degli italiani è disposto a pagare di più se il brand è attento alla sostenibilità. A livello mondiale la percentuale arriva al 66%.

Packaging sostenibile in carta

Abbiamo già avuto occasione di approfondire questo fenomeno nel mondo del packaging alimentare in un articolo di #VOICES.

Cosa si intende con packaging sostenibile

Il packaging sostenibile risulta dunque vincente. Al di là dell’indubbio valore etico, la nuova attenzione alla sostenibilità potrebbe risultare un'ottima strategia di mercato, vista l'attenzione crescente nelle scelte di acquisto.

Non sempre però questa attenzione è supportata da informazioni puntuali. Pensiamo ad esempio dell’etichettatura ambientale e alle conoscenze specifiche sulle caratteristiche che fanno di una confezione un packaging sostenibile.

La confezione resta il più importante media di ogni prodotto. Per districarsi tra migliaia di confezioni, i consumatori si fanno guidare dal design, dai colori e dalle informazioni presenti in etichetta.

Nell’immaginario collettivo, il materiale principale di un packaging ecosostenibile è senza dubbio anche il più grezzo: il cartone.

È versatile, economico, resistente, etico, e soprattutto riciclabile. Può avere pareti con due o tre strati e, se assemblato correttamente, può contenere una grande quantità di peso. Inoltre, se non è già fatto di materiale riciclato, è comunque biodegradabile all’80%.

Ma è necessario considerare l’intero ciclo di vita della confezione per valutare correttamente la sostenibilità di un imballo: il materiale deve essere riciclato e riciclabile, biodegradabile o riutilizzabile. Quanto al concetto di riutilizzo, abbiamo parlato di ecodesign in #VOICES

Per questo, la carta è un eccellente materiale del packaging e riempitivo anti-urto, in quanto migliore per l'ambiente e più facile da riciclare. L'importante è che la carta provenga da foreste FSC e che non ci sia un abuso ingiustificato. Inoltre, se il packaging è composto da più materiali (ad esempio plastica e carta), questi devono essere facili da separare per garantirne il corretto smaltimento.

Imballaggi sostenibili per spedizione online

La criticità più grande del packaging è che normalmente diventa un rifiuto non appena una persona finisce di usare un prodotto.

Ecco perché gli esperti di packaging sostenibili si concentrano sulla creazione di progetti ottimizzati per il riciclaggio. Rendendo l’imballaggio più facile da riciclare e utilizzando materiale di recupero, le aziende possono aiutare i materiali a vivere più a lungo nella catena del valore.

Vuoi progettare il tuo packaging sostenibile parlando con degli esperti? Contattaci ⟶

Questa idea è il cuore del concetto di economia circolare: un modello che cerca di raccogliere i materiali dopo che sono stati utilizzati, processandoli in modo che possano essere riutilizzati o riciclati più volte. Ciò elimina gli sprechi e riduce l'impatto ambientale degli imballaggi, purché esistano sistemi di riciclaggio e gestione dei rifiuti efficienti.

Per ottenere un prodotto ecosostenibile è necessario investire nella ricerca e sempre più consorzi, produttori di materiali da imballaggio e università, si stanno attivando per trovare delle modalità che siano meno impattanti e più sostenibili.

Packaging sostenibile, cosa dice COMIECO

Infine, per essere davvero efficaci, la questione deve essere ovviamente supportata con normative e direttive adeguate.

Comieco, il consorzio italiano per il recupero e il riciclo degli imballaggi a base cellulosica, cioè carta e cartone, per far fronte al fenomeno dell’aumento del packaging dovuto alle vendite online, ha di recente pubblicato un documento che indica le “Linee guida e check list per il corretto uso del packaging per l’e-commerce ai fini della sostenibilità ambientale

Per rendere più semplice misurare le conseguenze sull’ambiente degli imballi, Conai ha individuato le caratteristiche di una confezione eco-friendly.

Perché la sostenibilità del packaging, ricordiamolo ancora una volta, non tiene in considerazione solo le fasi di progettazione e realizzazione, ma si estende a tutto il ciclo di vita dell’imballaggio:

  • Risparmio della materia prima. La tutela dell’ambiente inizia con il contenimento del consumo delle materie prime impiegate nella realizzazione dell’imballaggio;
  • Riutilizzo. Il packaging deve essere progettato per compiere un numero minimo di spostamenti o rotazioni e per un uso identico a quello per il quale è stato concepito;
  • Utilizzo di materiale riciclato. Quando possibile, è necessario sostituire una quota, se non l’intera materia prima vergine, con materia riciclata o recuperata;
  • Ottimizzazione logistica. Le operazioni di immagazzinamento ed esposizione devono essere ottimizzate, così come quelle di carico sui pallet e sui mezzi di trasporto;
  • Facilitazione delle attività di riciclo. Perché il packaging sia sostenibile è necessario semplificare le fasi di recupero e di riciclo;
  • Semplificazione del sistema di imballo. Al fine di risparmiare materia prima, è importante integrare più funzioni in una sola componente dell’imballo, eliminando così un elemento e semplificando il sistema;
  • Ottimizzazione dei processi produttivi. Implementare i processi di produzione significa ridurre i consumi energetici e gli scarti.

"Personalizzazione e attenzione alla sostenibilità di processo e di prodotto rappresentano le due grandi tendenze nel packaging intralogistico, con le caratteristiche dell'e-commerce, della distribuzione B2B e 3PL (o TPL, Terza parte Logistica).” – Ci racconta Massimo Cecchinato Country Manager Savoye Italia.

Imballo Jivaro a impatto ambientale ridotto
Intelis Jivaro - © Savoye

“I nuovi imballaggi in carta e cartone assumono caratteristiche e funzionalità sempre più strategiche e si assiste così all’immissione sul mercato di imballaggi smart, che oltre a trasformare l’esperienza di acquisto del consumatore, supportano concretamente logiche di produzione e consumo responsabili. In questo ambito, l’eco innovation punta soprattutto alla riduzione dei materiali consumabili (imballo e riempitivo), riduzione dei costi di trasporto e aumento della produttività dei reparti di imballaggio e confezionamento, senza mai perdere di vista la qualità. Ogni collo deve essere robusto ed in grado di aumentare la Customer Experience: Facile da aprire, difficile da manomettere.

“Proprio andando incontro a queste esigenze Savoye ha perfezionato il sistema, INTELIS Jivaro, che riduce l'altezza dei pacchi per adattarli al volume dei prodotti che trasportano, e INTELIS e-Jivaro, particolarmente adatto alle esigenze dell'e-commerce, permette riduzioni di altezza fino a 25 mm, per pacchetti simili al formato A5. Nessun riempitivo da smaltire. Pack a misura, significa 0% di aria spedita. Il formato del pack permette di tagliare e piegare le alette superiori per adattare l'altezza del cartone al volume del contenuto imballato. Oltre a ridurre la quantità di materiale utilizzato, il sistema garantisce maggior protezione del prodotto e ottima geometria degli imballi per una logistica più agile ed efficiente. L’omogeneità dei materiali utilizzati rende infine semplice l’operazione di riciclo”


Mobilità sostenibile

CARGO&SHARING, il nuovo trend della mobilità sostenibile promosso da Nito

Elettrificazione dei trasporti, cargo sharing e sicurezza delle infrastrutture stradali sono le direttrici primarie per implementare una mobilità sostenibile e la transizione ecologica dell’industria automotive. E questo l'ha capito bene la startup NITO, che ha deciso di investire proprio sulla sharing mobility con CARGO&SHARING. E lo fa assecondando l’Obiettivo 11 dell’Agenda 2030 Onu, che punta a “Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili”. 

Mobilità sostenibile

Città e comunità sostenibili: a che punto siamo con la sharing mobility?

Ridurre il traffico, passare a modalità di spostamento più efficienti e a basso impatto ambientale, migliorare l’efficienza dei mezzi di trasporto. Questi i concetti cardine su cui si basa la strategia europea per decarbonizzare e rendere sostenibile la mobilità, le cui emissioni rappresentano il 28% delle emissioni di gas serra dell’Ue.

Sono due le principali leve che puntano a questo orizzonte: destinare parte dei 750 miliardi di dollari dei programmi di Recovery Fund alla mobilità sostenibile e spingere gli obiettivi sulle emissioni già fissati a livello comunitario, vale a dire il Green Deal europeo.

Per raggiungere i prossimi traguardi di decarbonizzazione, il primo nel 2025 e il successivo nel 2030, i Paesi finora poco penetrati dall'offerta elettrica dovranno presto recuperare terreno, diventando i mercati con i più alti potenziali di crescita.

Mobilità sostenibile in città
Foto © Nito

Come si muove l'italia

La novità più importante per il nostro Paese arriva senz'altro dal Decreto Rilancio, che prevede specifici incentivi per l'acquisto di veicoli a emissioni ridotte attraverso l’ecobonus. 

Ma assistiamo alla diffusione di un altro importante fenomeno nel mondo dei trasporti, che potrebbe concorrere in modo importante al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile.

Lo sharing. Auto, bici, scooter non più di proprietà, ma condivisi. Aumenta l’offerta sharing in Italia, che è arrivata a coinvolgere oltre 5 milioni di italiani (1 milione in più in 2 anni). I servizi attivi, tra car sharing, scooter sharing, car pooling, bike sharing, superano le 360 unità, per ben 33 milioni di spostamenti, con una media di 60 al minuto.

E prendendo spunto proprio da queste considerazioni, si è mosso e continua a muoversi la start up NITO.

Sostenibilità e mobiliy sharing: l'innovazione della startup NITO

NITO, Nuova Industria Torinese, nasce nel 2015 ed è un concept 100% italiano. Progetta produce e commercializza veicoli elettrici a due ruote e punta ad un design originale, elegante, con materiali di pregio e uno stile ispirato all’italianità. Supportata da innovazione tecnologica d’avanguardia.

César Mendoza

NITO rappresenta egregiamente la tradizione della città piemontese, culla storica dell’industria automotive italiana. E intende recuperare il ruolo di primo piano del territorio nel settore delle due ruote che si è perso nel tempo.

E César Mendoza, torinese per adozione, 12 anni alla direzione dell'Istituto Europeo di Design di Torino (IED) e 16 come presidente di Sumo Design, è fondatore nonché direttore creativo dell’azienda.

César rappresenta egregiamente la filosofia aziendale: le due ruote elettriche sono la via principale per risolvere i problemi della mobilità urbana grazie a praticità, silenziosità e risparmio. 

Quando abbiamo dato il via a questa avventura - mi spiega César con piglio sicuro ed energico - siamo partiti dall’assunto che il traffico nuoce alla qualità della vita, e in molteplici modi. Anche nel comfort del nostro abitacolo, il traffico è unconfort, disagio: uno spreco di tempo, che spesso innervosisce e indispone, un costo (non solo benzina, ma in parcheggi, zone ZTL o multe), inquinamento, anche acustico!, e poco piacere nel tragitto.

La domanda che ci siamo allora posti è stata questa: come andare da un punto A a un punto B, in modo piacevole, veloce e responsabile? L’auto non può essere la risposta, non è funzionale, solo le due ruote possono candidarsi a soddisfare queste esigenze, che diventano un'opportunità: per riscoprire la città, recuperare tempo, risparmiare, riconciliarsi con il concetto di spostamento. Così siamo partiti dal monopattino, e ci siamo spinti fino alla supermotard.

E non sottovalutiamo la componente etica. La scelta della mobilità elettrica implica anche un impegno di responsabilità sociale e ambientale: essere meno ingombranti, meno rumorosi, meno inquinanti, ed essere anche un esempio di buona pratica e impegno in direzione della transizione ecologica nella logica di una riduzione complessiva dell’umana impronta ambientale.

Ogni prodotto NITO è un concentrato di design e tecnologia

Con NES (NITO Electric Scooter), NITO ha voluto creare qualcosa di originale, che si differenziasse da qualsiasi altro mezzo oggi presente sul mercato. 

Il tocco di classe è dato dalla pedana in legno, che è in compensato marino curvato disponibile in tre texture diverse e che, insieme alla sella molto minimal con struttura tubolare in acciaio, ricorda subito l’ambiente di uno yacht oppure il lungomare di diverse città mediterranee.

NES trasporti sostenibili NITO
Foto © Nito

Numerose le personalizzazioni possibili: scegliendo tra colori di scocca, sella, pedana e del profilo delle gomme sono disponibili ben 72 combinazioni differenti. Personalizzabile anche la guida: con una levetta scegli se il tuo mood sarà sport, eco o low.

Nella fase di analisi di posizionamento del brand - prosegue César con il suo brillante entusiasmo -, abbiamo voluto partire dal punto di osservazione del consumatore, orientandoci a una visione consumocentrica. Il parco scooter esistente restituiva un’immagine di prodotto indifferenziata dove lo stesso identico mezzo, per prestazioni e design, accompagnava lo sportivo con il borsone in palestra, l’avvocato con la valigetta in studio, l’operaio con gli attrezzi al cantiere o il pony con la cena per 10 persone da un ristorante verso un appartamento.

Abbiamo voluto dunque puntare alla differenziazione e alla customizzazione, posizionandoci su un mercato di medio alto livello e creando un’identità distintiva.

La stessa filosofia ha portato alla nascita di Cargo&Share, la cui ingegnerizzazione mira a creare lo scooter da lavoro e condivisione, progettato per poter annettere e integrare diversi contenitori/bagagli a seconda della funzione di trasporto. Un design che mantiene eleganza e carattere, cui si sommano elementi di solidità e sicurezza per garantire massima soddisfazione all’utilizzatore. Il primo prototipo di Cargo&Share è stato presentato verso la fine del 2021.

NIT trasporti sostenibili car sharing
Foto © Nito

Henry & CO.: César, secondo te le città sono pronte ad accogliere e supportare la mobilità elettrica?

César: Non posso affermare che lo siano le città, lo sono sicuramente i cittadini. Negli scorsi anni abbiamo assistito alla diffusione della pedalata assistita, che ha fornito un formidabile assist alla mobilità elettrica. Un promo light dello scooter, che ha dato modo di familiarizzare con questa nuova tecnologia e sperimentarne le potenzialità.

Sappiamo anche che l’elettrico potrà beneficiare fino al 2026 dell’ecobonus, un incentivo che certamente costituisce un ottimo volano per la diffusione della mobilità sostenibile, una opportunità per i consumatori e dunque anche per i produttori.

Vogliamo lanciare una sfida? puntiamo a un tasso di penetrazione del 15% della mobilità elettrica entro il 2025?


Rice House chicchi di riso

Come Ricehouse sta rivoluzionando la bioedilizia a partire dagli scarti del riso

L’industria agroalimentare produce enormi quantità di scarti che possono trasformarsi in una risorsa per la bioedilizia o per altri settori. Ma in quale modo? Scopriamo la storia di Ricehouse, pluripremiata startup piemontese che ha ideato un sistema di progettazione basato sugli scarti di coltivazione del riso per trasformarli in una serie di materiali per la bioedilizia, all’insegna dell’economia circolare.

Rice House chicchi di riso

Ricehouse ci ha visto bene. L’industria agroalimentare produce enormi quantità di scarti.
Scarti che in buona parte possono trasformarsi da costo aziendale (per lo smaltimento) a risorsa per la bioedilizia o per altri settori.

Gli scarti degli agrumi possono essere usati per produrre fibre e tessuti; dalle vinacce, una pelle vegetale; dalle bucce di pomodoro, un rivestimento per l’interno di contenitori metallici destinati agli alimenti, o bioplastica. E ancora, possono diventare mangimi, fertilizzanti, oppure, se bruciati nei termovalorizzatori, addirittura energia elettrica o calore.

Anche la paglia è uno scarto del settore agricolo e che da tempo trova impiego nel settore della bioedilizia grazie alle ottime proprietà termoisolanti. E la paglia utilizzata nelle costruzioni non è altro che lo scarto della mietitura di diversi cereali, come grano, avena, mais, segale e RISO. Tutti ingredienti che in Italia raccogliamo in grandi quantità.

In particolare, gli scarti del riso sono preziosi perché ricchi di silicio.

In Italia, la produzione media annua di riso si attesta a circa 1 milione di tonnellate: la materia prima non manca. Per ogni tonnellata di riso bianco si producono 1,3 tonnellate di paglia, 200 chili di lolla e 70 chili di pula. Scarti che possono rappresentare uno dei componenti principali per nuovi materiali e nuovi prodotti: dal telaio in legno e paglia di riso ai termo-intonaci, dalle malte ai massetti alleggeriti fino alle finiture in lolla-calce.

Vipot vasi biodegradibili di RiceHouse
Foto © Vipot - Vasi Biodegradabili

RICEHOUSE: dal chicco ai materiali per la bioedilizia

Tiziana Monterisi - CEO e Co-founder Ricehouse

Nelle potenzialità del riso ha creduto Ricehouse, la pluripremiata startup piemontese di Tiziana Monterisi, prima in Italia a ideare un sistema di progettazione basato sugli scarti di coltivazione del riso per trasformarli in una serie di materiali per la bioedilizia con cui è possibile costruire un intero edificio, all’insegna dell’economia circolare: paglia, lolla, termo intonaci, massetti alleggeriti e finiture in lolla-calce e pannelli isolanti.

Un nuovo modo etico e innovativo di far tornare la casa a essere un nuovo organismo vivente e inserirla in un contesto di economia circolare. Le materie prime vengono prelevate dall’ambiente, trasformate, utilizzate, smaltite e re-immesse nell’ambiente stesso da cui sono state prelevate.

Oltre metà della produzione europea di riso grezzo proviene dall’Italia e il 92% della superficie risicola italiana si trova in due regioni: Piemonte e Lombardia, tra le provincie di Pavia, Biella, Vercelli e Novara. Per questo motivo ci siamo al momento focalizzati principalmente su questa area, – ci racconta la voce dolce e squillante di Tiziana Monterisi, CEO & Co-founder di Ricehouse – ma viene coltivato anche in Veneto, e, in piccole quantità, Sicilia, Calabria e Sardegna; fuori dal territorio nazionale, in Spagna, Francia, Bulgaria, Romania e Grecia. Beh, poi c’è l’Asia. Produzioni che potrebbero abbondantemente alimentare un efficiente sistema di trasformazione e valorizzazione degli scarti in loco.

La nostra missione è quella di esportare il modello e sviluppare la filiera del riso anche e soprattutto nelle aree più deboli, per creare nuove economie sul territorio ed evitare il vecchio schema in cui si produce nei Paesi a basso costo e si importa il semilavorato in Europa. Vogliamo creare un modello, replicabile, che possa essere utile in un processo di valorizzazione non solo dal punto di vista ecologico, ma anche sotto l’aspetto economico e sociale.
Tiziana Monterisi - CEO e Co-founder Ricehouse

Nel 2019, dalla collaborazione con MGNintonaci è nata una nuova linea di prodotti edili naturali che garantiscono un risparmio energetico e un ridotto impatto ambientale: 6 nuovi biocomposti che Ricehouse realizza dagli scarti del riso, paglia o lolla.

Una miscela di base costituita da pula, lolla e paglia di riso.

Questa miscela consente di ottenere materiali molto leggeri, con buona capacità termica, interamente naturali, traspiranti ed ecologici, di facile posatura, adatti a tutti i tipo di intervento dai lavori di ristrutturazione alle nuove costruzioni.

Intonaco Rice House
Foto © Ricehouse - Intonaco di Fondo

È di dicembre 2020 la notizia che Riso Gallo, ha voluto credere e scommettere in questa startup acquisendone una quota. Una scelta coerente alla filosofia aziendale: agricoltori certificati, prodotti bio, fonti rinnovabili: l’impegno di Riso Gallo attraversa tutta l’azienda e questa nuova sfida si aggiunge a chiudere il cerchio ideale del percorso di valorizzazione sostenibile del prezioso chicco.

Le prossime sperimentazioni di Ricehouse?

Lo scorso anno abbiamo già sperimentato alcuni prototipi di ecodesign in stampa 3d - continua Tiziana Monterisi - utilizzando una miscela creata apposta per oggetti per casa e arredo. Stiamo lavorando sulla lolla per ottenere una miscela più morbida, una sorta di bioplastica, ovviamente con legante 100% naturale, formaldeide free. Forse presto potremo portarci la razione di risotto per la nostra pausa pranzo, dentro un lunchbox, stampato in 3d con una miscela derivata dal riso.
Tiziana Monterisi - CEO e Co-founder Ricehouse

Ricehouse scarti del riso per la bioedilizia

Riso e bioedilizia, una coppia vincente

Ricehouse non è l'unica realtà che ha deciso di ragionare in un'ottica di circolarità. Sono diversi i progetti avviati nell'ambito della bioedilizia negli ultimi anni che hanno fatto sperimentazione proprio a partire dagli scarti del riso. Tra questi:

  • RiceRes è progetto di ricerca finanziato da Fondazione Cariplo e promosso da CNR ISMAC di Biella e dalle Università di Milano e Pavia. Pannelli termoisolanti e fonoassorbenti dalla paglia di riso; dalla lolla, additivi per materie plastiche; dall’olio dalla pula, materie prime per bioadesivi e integratori alimentari.
  • ECOFFI (Ecological Concrete Filled Fiber – cemento ecologico con fibre vegetali) nasce da un progetto del Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino (DAD) impegnato nello studio e nella sperimentazione di un cemento naturale con scarti agricoli. Il prototipo è un blocco non portante per pareti perimetrali verticali, mediante l’utilizzo di cinque ingredienti principali: legante naturale, acqua, acido citrico, paglia di riso e tutolo di mais.
  • La casa automobilistica SEAT (gruppo Volkswagen) sta sperimentando l’uso dell’Oryzite, un derivato della lolla di riso, per sostituire alcuni prodotti in plastica che servono per costruire le sue auto.
  • Goodyear punta a raddoppiare entro il 2021 il proprio impegno nell’approvvigionamento di silicio per la produzione di pneumatici a partire dalle ceneri di lolla di riso: miscelata con la gomma, rinforza i battistrada dei pneumatici e riduce la resistenza al rotolamento, con risparmio di carburante e riduzione delle emissioni.
  • VIPOT, di Future Power, è una linea di prodotti biodegradabili, vasi e stoviglie, realizzati in lolla di riso.